Evoluzione

Polo Confortini, Verona 2014

di Marifulvia Matteazzi Alberti

Per conoscerla e capirla bisogna andarla a incontrare nel suo studio e guardarla aggirarsi tra mensole, scaffali, banconi dove sono posizionate ordinatamente o alla rinfusa le innumerevoli Opere che lei cita, cerca, chiama quasi a raccolta quali creature che vivono di vita propria con le loro emozioni, i loro segreti, le angosce del tempo e della materia di cui sono composte. Solo allora si verrà catturati dall’amore e dalla necessità dell’Artista di rivolgersi alle cose più semplici, dal suo contagioso rapporto con la realtà. E’ particolarmente affascinante entrare in questo strano laboratorio dove Cazzadori si rifugia per dialogare con la carta, con la tela, con il colore, con il legno, con il ferro, con il fuoco per renderli protagonisti, ascoltando i richiami e i suggerimenti che essi stessi propongono. Niente viene al mondo per avere un solo destino, un significato, un’unica missione: anche il più piccolo frammento si modifica, evolve, conscio dell’incompletezza tende alla pienezza, vive l’inizio spinto verso la perfezione. Così come l’alchimista trasforma oggetti comuni in preziosi, Cazzadori usa materiali poveri, di scarto, e sotto la spinta di un gesto che smorza ogni tensione, con la pacatezza di un’azione misurata e lenta, riposiziona e trasforma in oro ideale: conserva, mette da parte con cura, colleziona con pazienza, fa rivivere imprimendo forza e vitalità ai materiali e li anima combinandoli insieme o isolandoli, bruciandoli e traendo da alcuni di loro l’essenza che solo il fuoco riesce a dare, dopo averli intaccati, tormentati, torturati con la forza del calore. Alla fine Cazzadori alita una potenzialità inaspettata sulle cose corrose da un passato che ritorna, raccontato e rivisto con gli occhi di chi sa evocare nel breve, infinito, spazio di un’Opera tutte le passioni, le speranze, le paure, vissute e rivelate dal lume del cuore, quasi come un atto d’amore. La sua è una ricerca fatta con tenacia, con l’ostinatezza dell’archeologo che ha intrapreso un viaggio tra le cose della memoria, che parla con l’accanimento silenzioso di chi è al di sopra di spazio e tempo. E’ quasi come voler costruire frammenti di storia che appagano, danno tranquillità, quiete all’ansia di indagine: la tela la carta il colore, il ferro il legno i chiodi, lo spago e la rete, giornali e riviste d’un tempo si misurano l’un l’altro, si adattano in un processo permanente di trasformazione, di evoluzione: accostati o sovrapposti come nugoli di pensieri, di strati che vivono uno sull’altro, abbandonati in un pacato decantare dal lento lavorio che si nutre di tutti i nostri ieri. Sono forme astratte ma anche naturali, remote ma anche attualissime. E’ un rivivere con la memoria, con la presa di coscienza di un cammino ritrovato attraverso le vie del sentimento: c’è un grande recupero di sacralità in ogni segno come impronta dell’uomo, della sua Storia sofferta nel succedersi delle stagioni, degli anni, delle generazioni, nell’eterno destino, che appare e scompare, di ogni vivere. Le materie si ritrovano nei pannelli come purificate da uno spazio giocato tra luce e terra: restano pagine di libri, di giornali, di lettere scritte con cura infinita, di vecchi pentagrammi come trasparenti pellicole, vive, vibranti, immerse nell’intimità di un silenzio carico di attese, sospeso tra ciò che siamo stati e un oggi moltiplicato tra presenze e assenze, casualità e invenzione, buio e luce, pieno e vuoto: è una pitto-scultura che diventa specchio dell’animo, strumento per raccontare le sconfitte come i sogni, e in più si fa carne viva composta di ossa e di sangue, di vene e di pelle come ognuno di noi. Sembra quasi che Cazzadori animi con il suo dipingere raffinato un’affascinante e commovente avventura, per far luce su tutto quello che il tempo tende a seppellire nell’oblio, rivelando al mondo l’eterno conflitto tra creazione e distruzione, tra bene e male, tra la vita e la morte, recuperando quel silenzio che consuma, quel raggio di luce che attraversa oggetti dimenticati, o solo accantonati, sfatti. Ogni Opera appare velata di fatica, di quella solitudine che guarda fiduciosa all’incontro di un’orma che solleva i ricordi di passate emozioni, di segni antichi, di quella crepa nascosta, custode inattesa: è pittura di riverberi, di sorprese affiorate quasi per riappropriarsi del divenire delle materie dal peso del destino dalle eterne domande, dal silenzio che aggiunge silenzio senza fine. E’ un cammino dentro il tempo a ritroso, navigando nei giorni della nostra esistenza, intessuta di ragioni e di rimpianti, di passioni e di dubbi, di speranze e di illusioni che la ragione scosta, mentre il cuore conserva.

La metamorfosi della materia

Biblioteca Arturo Frinzi, Verona 2013

 di Simonetta Conti

Un’impronta, un’orma, un graffio, una traccia, un’incisione su una superficie che cede arrendevole alla mano dell’artista, carta, argilla, ferro, stoffa, l’artista si avvicina e si unisce in simbiosi con il materiale, lo fa suo. I materiali hanno già una loro storia, sono già stati segnati dall’uso. Anche l’artista ha una sua storia, uno strato di esperienze, percettive, emotive e mentali. L’opera nasce come in un dialogo poetico tra vite sepolte e ritrovate. Il materiale riciclato viene bruciato, inciso, è un moderno bassorilievo, la cui “superficie si presenta come un corpo espressivo, una pelle che rileva un transito che pulsa di simboli e lascia delle tracce” (N. Melotti).

Proviamo a leggere “L’essenza della materia”. Il pezzo di ferro è corroso, lacerato, combusto, ribaltandone il valore estetico.

L’intervento tormenta il materiale, ma non c’è violenza o alienazione. L’artista, con fare femminile, cesella senza ricorrere a simboli e senza i colori, residuo dell’emotività naturalistica del passato, dialoga con la memoria dell’oggetto e procede con un metodo che mostra i passaggi dell’esercizio creativo, più che con un fine precostituito, alla ricerca delle qualità formali del materiale, mai percepite. Lo spettatore è invitato a sensibilizzarsi e a essere cosciente della nuova relazione immaginativa.

“Il segno tracciato dal gesto fa uno spazio che è la misura e la struttura dell’azione” (G. C. Argan)

Pensiamo ad es. a un ponte di Nervi, che sfrutta le capacità plastiche del calcestruzzo, ricavandone la sola forma possibile per quel gesto mirato a trasportare ogni cosa al di là del fiume. Maria Teresa Cazzadori, artista indipendente, si occupa di arte da sempre. Dopo i regolari studi artistici e il diploma in scultura presso l’Accademia Cignaroli, ha approfondito lo studio della ceramica e della grafica sperimentale. Ha proseguito sia come discente sia come docente, in un gioco di ruoli generoso, capace di permettere l’affinamento della capacità tecnica  e della comunicativa.

Ma dov’è diretto l’impegno e l’energia dell’artista? Perché quest’attenzione alla materia? La ricerca è linguistica? Proviamo a studiare il problema da lontano, partendo dalla storia dell’arte contemporanea, dalla sua tendenza non figurativa. Dobbiamo tornare al problema specifico dell’arte che è sempre un problema di “Forma”. L’attenzione alla materia è nata quando la forma-immagine ha cessato di essere rappresentazione della realtà o strumento a servizio del committente, ma si è presentata autonoma, con un suo valore intrinseco e con oggetti dalla vitalità percettiva.

Il fare, poiesis, prevale sulla teoria e su tutto avanza l’intenzionalità operativa, l’atto irripetibile.

Nelle opere di Maria Teresa Cazzadori non siamo nel campo dell’arte informale, dove il livello è pre-linguistico e pre-tecnico e l’attività dell’artista si riduce al gesto, ma siamo di fronte ad un percorso di raffinata esperienza, di competenza tecnica e di attenzione al processo creativo.

Il ferro rimane ferro, la carta carta, la stoffa stoffa e la ceramica ceramica. Solo in un secondo momento la materia assume il valore estetico del ritmo di luce e ombra, pieno e vuoto, liscio e ruvido e l’energia dell’artista si trasferisce nel materiale che reagisce con maggiore o minore resistenza, a seconda delle sue proprietà e della sua storia, come in un inesauribile flusso di esistenza.

Le categorie di spazio e tempo sono presenti nell’opera in forma contemporanea, anticlassica: non uno spazio razionale, ordinato e armonico, ma una visibilità fatta di trasparenze, di sovrapposizioni, un ambiente quasi onirico, tipico delle riflessioni esistenziali del nostro novecento.

Staticità e movimento

Showroom Selezione, San Giovanni Lupatoto 2011

 di Nadia Melotti

Le opere di Maria Teresa Cazzadori si presentano come spazi sensibili alla superficie; sono luoghi ricchi di segni, intagli, improvvisazioni materiche. Sono anche corpi forniti di messaggi in codice, dove la scrittura si fa criptica e al contempo universale. L’artista inizia dal bianco. Fa tabula rasa. Tabula rasa significa letteralmente “tavola raschiata”, con riferimento alle tavolette di cera incise con segni, utilizzate nell’antichità. Il concetto, già impiegato da Eschilo e da Platone, indica ogni condizione in cui la coscienza sia priva di qualsivoglia conoscenza innata. In questa innocenza del sensibile, l’artista accoglie e trasferisce tutte le suggestioni che emergono dall’inconscio sotto forma di codici figurativi non alfabetici. La superficie si presenta come un corpo espressivo, una pelle che rileva un transito che pulsa di simboli e lascia delle tracce. Sono universi che emergono da superfici a muro con graffiti arcaici che testimoniano un sapere antico celato nella materia. La relazione dei segni, con strutture geometriche costruite con diversi materiali di scarto, o semplicemente assunti come iperbole cromatica, costruisce un rapporto tra staticità e movimento. Nell’opera Impronte, l’infanzia del segno esordisce immersa nella materia. Il soliloquio espressivo è interrotto unicamente dal frammento di un triangolo imperfetto, da una linea irregolare a filo di ferro, e da un moto ondulatorio che struttura lo spazio. L’immersione nell’inizio, come un vagito, accenna alla presenza di un paesaggio. Ci si perde nell’oblio del bianco, ricco di speranza e possibilità: “Il silenzio gravido del bianco: un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere. La giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell’origine, prima della nascita” (Kandinsky). In Parti oscure della mente il bianco dialoga con il nero. “Come un nulla senza possibilità; come la morte del nulla dopo che il sole si è spento, come un eterno silenzio senza futuro e senza speranza, risuona dentro di noi il nero” (Kandinsky). La lotta tra buio e luce si manifesta in una dialettica che le comprende, segnata da una simmetria che si sbilancia alla presenza di una pietra-cuore. Le opere di Maria Teresa Cazzadori sono anche altro da questo. Cosa ci vuoi dire l’artista ponendo il volto enigmatico di Leonardo in trasparenza, celato sotto una garza scura? Dubita forse di questa idealistica quadratura del cerchio e rimanda l’uomo a una esistenza costretta tra ombre e incertezze? In Energia 1 questa problematica trova risposta nell’umana incompiutezza del soggetto che non può misurare il proprio sguardo contemporaneamente verso l’uomo e verso Dio. L’uomo Vitruviano, conosciuto come il canone di Leonardo, attraverso un’azione estetica dell’artista, perde i suoi paradigmi. Non più un approfondimento teorico delle proporzioni del corpo umano, con tanto di tesi scritta, ma la trasformazione su un piano astratto di forme e segni con nuove priorità. L’intelligibile perfezione si trasforma in un’ombra che riporta l’uomo nella condizione di inconsapevolezza e sofferenza. A conferma, basti osservare le mani con punte di color rosso che non esistono nell’originale e il triangolo che punta verso il centro dell’uomo, il suo ombelico. Se il punto di partenza è l’uomo inconsapevole del vero bene celato nell’ombra, le cui memorie riemergono frammentate dalla storia, il prosieguo volge ancora una volta alla ricerca di segni che strutturano la sua presenza nel mondo. Molte delle opere sono realizzate con materiali di scarto che hanno già una loro storia. L’artista recupera queste forme le cui superfici, rese pittoriche dal tempo, si dispongono in astrattismi geometrici. Un universo, quello di Maria Teresa Cazzadori, capace di unire passato e presente nella primaria necessità di codificare, attraverso questo flusso libero della coscienza, dei segni, delle conflittualità che stanno all’origine della scrittura e della forma. Un’oscillazione tra caos e cosmo, tra ordine e disordine, sembra riassumere quella tensione primaria attraverso la quale si rivela l’esistente e sulla quale l’artista ritrova le antiche armonie dell’arte.

100 e + vite

Galleria Spazio 6, Verona 2008

 di Maria Teresa Ferrari

Ho chiesto a Maria Teresa Cazzadori di mettere nero su bianco le emozioni che prova pensando al suo lavoro. Lei di getto ha scritto 100 e + titoli, ma sono convinta che ce ne siano altrettanti, pronti a prendere vita. Per lei tutti hanno un valore, perché tutti insieme costruiscono il pensiero motore del suo lavoro artistico. Sono le 100 e + emozioni nate dallo “scontro dei paradossi”. Sono le 100 e + vite che trasferisce nelle sue opere.

Maria Teresa Cazzadori è generosa nel condividere con noi il suo intimo sentire. E la condivisione stimola l’incontro. Di quell’incontro noi serbiamo una semplice parola, o forse un pensiero, un’emozione. Chissà. Non bisognerebbe mai aggiungere nulla a quanto si vede. Si tratta di ritrovare quella o quelle parole che diranno semplicemente ciò che hanno visto gli occhi. Per questo lasciamo volar via i suoi titoli riflessi, ma, leggendoli di corsa o lentamente, divorandoli o assaporandoli, a seconda dei gusti e del piacere, ce ne sarà uno che, più d’ogni altro, ciascuno farà suo. Ed echeggerà davanti a un bianco il cui candore non è più, o penetrando un segno che evoca altri segni. Oppure in un oggetto mai lì per caso. Perché i suoi segni sono ricchi di risonanze.Mi piacerebbe che un giorno Maria Teresa Cazzadori restasse “senza titolo”.

Allora sì che quell’odioso “senza titolo”, che titola molte opere, qui avrebbe finalmente la sua ragione d’essere. Chissà cosa nascerebbe nell’assenza? La pennellata resterebbe sospesa o sola sulla tela? Il segno apparirebbe più lieve o più incisivo? Quel filo troverebbe dimora? Quante domande senza risposta. Perché quel sogno è frutto dei miei desideri e non del suo fare artistico. Perché, per Maria Teresa Cazzadori, la fuga da quel bianco assoluto alimenta la ricerca, incalzante – martellante di un esile filo. Un filo che lega a un altro filo, e poi a un altro, e a un altro ancora. In questo “incompreso dondolio di riflessioni e di tormento”, quel filo si fa sguardo.

Verso il cuore, la vita, la natura, il mondo.

Alla ricerca ostinata dell’“origine della ricerca incomprensibile”.

La insegue quell’origine, “addentrandosi nella palude”, “cogliendo oltre la barriera l’orizzonte”, “osservando l’orizzonte e scavalcandolo”, “superando il visibile”, “contemplando oltre il punto d’origine la scia dell’ultimo riflesso”. E intanto il pensiero vola. “Io e le mie opere diventiamo una cosa sola” (Cazzadori).

Sono queste parole di Maria Teresa Cazzadori ad accompagnarmi alla scoperta del suo mondo.  Queste ed altre, rivelatemi lungo il percorso, mi donano chiavi di lettura che la sola ragione non  potrebbe svelare. Diverse strade ho, infatti, seguito per incontrare lo spirito dell’artista. Andate e ritorni, non sempre comprensibili, hanno accompagnato il mio viaggio cadenzato dallo stupore. Perché ogni sua opera rivela universi, che spesso mutano giorno dopo giorno. Talvolta anche dopo anni. È lo stesso sguardo dell’artista, che ha plasmato la materia donandole nuova vita, a cogliere, strada facendo, la metamorfosi dell’opera. Perché l’amore per la ricerca – che in lei è animato dalla potenza del fare e dell’energia – è più forte di tutto e diventa il motore della conoscenza aperta al nuovo e all’imprevisto. È la luce che sorprende quando si è immersi e coinvolti nell’istante. Per questo la sua mano non racconta, ma lascia traccia.

Bisogna allontanarsi dai suoi lavori, per percepire questa sensazione impalpabile da loro lasciata. La stessa sfuggente e incorporea sensazione che l’artista coglie della realtà. La memoria è infatti il tramite, lo spazio di decantazione e al tempo stesso di riattivazione emotiva di quanto il suo lavoro ci trasmette. Così, abbandonandoci ad essa, ripercorriamo la storia dell’artista. Ogni esperienza, si sa, segna. Persino quel figurativo che appartiene ai primi anni della  ricerca di Maria Teresa Cazzadori. Ha lasciato impronte nella pittura, nell’uso del colore, nella stesura. Lì si ritrovano le orme di un paesaggio mentale astratto che si evolve nell’informale; lì matura la necessità di un segno. La sua pittura si fa sempre più rarefatta, monocroma, si veste di piccole tramature.  Ha sperimentato a lungo l’artista per arrivare alla pulizia di oggi. Dai diversi elementi incontrati, ha ricavato insegnamenti segreti. Lei non usa materiali su cui sperimentare, ma con cui sperimentare. Ed è proprio questa simbiosi con la materia che le permette di andare oltre l’opera sollecitando altre facoltà sensoriali. Così, fedele al suo percorso intimista e non a quello esclusivamente legato alla storia dell’arte, Cazzadori va oltre il quadro tradizionale.

“L’amore per la ricerca aumenta, in parallelo, ad un lavoro di scoperta della grafica, fondato su un processo memoriale di scrittura segnica evocativa. Il lavoro su carta si sviluppa principalmente attraverso la composizione di messaggi simbolici” (Cazzadori).

C’è stato un incontro decisivo, lungo il cammino. Un colpo di fulmine. Quello con la grafica. L’incisione, frutto di un processo memoriale di scrittura segnica evocativa, si sviluppa nel suo lavoro attraverso la composizione di messaggi simbolici. La lenta sedimentazione dei segni cromatici, nella continua decantazione emotiva, dona quella capacità immaginativa che affascina l’artista. Maria Teresa Cazzadori comprende che questo è il suo medium, la tecnica che gli permette di esprimere bene quell’“impronta” che sempre più connota l’opera e la identifica. Traccia palpabile anche lì dove la base è altro da carta, da tela. Dove è semplice, pura materia. È il segno a dettare legge sul suo lavoro, a contraddistinguere anche la più piccola, delicata o forte opera. Nella pratica del “mezzo grafico”, nella ricchezza delle sue possibilità specifiche, si rinnovano narrazioni e metafore visive. La grafica, che è per lei maestra e compagna di vita, la accompagnerà in tutto il suo percorso tramutandosi anche in musa.

Cazzadori scrive così la lingua del suo fare che, dall’iniziale timbro cromatico giocato sul bianco e sul nero, si muoverà successivamente su altre tonalità che rendono il suo alfabeto sempre più lirico. Segni, lettere, crittografie, geroglifici e punteggiature che si trovano nell’antichità, ma anche sulle pareti degli edifici che portano le tracce del trascorrere del tempo e della storia. Sovrapponendo la scrittura alla pittura, l’artista va alla ricerca della radice del linguaggio, evocando quei tempi antichissimi in cui “scrittura e disegno coincidevano e la linea era l’elemento primo” (Paul Klee). Così grafica e pittura vanno e vengono e spesso l’una suggerisce e stimola l’altra. Un incastro che talvolta si fa simbiosi: tutto sembra confondersi e, nello stesso tempo, tutto è al suo vero posto.  In quest’ottica, Cazzadori inizia a scrivere la sua storia oltre i confini materiali della tela e della parete, i suoi lavori diventano sempre più delle pitto-sculture. Contaminazioni di linguaggi che evocano gli artisti orientali, le cui opere, su pietre e sulla sabbia trattata con colle, raccolgono segni di una scrittura antica. In questo processo creativo, l’artista utilizza diversi tipi di materiali poveri – sabbia, legno di vario tipo, pietra, corde, vari tipi di colla, colori acrilici, smalti, pastelli, olio, pigmenti puri in polvere e supporti di vario tipo: cartone, tela, pannelli in multistrato, ecc.

Nascono espressioni vitali che crescono verso la forma, che giocano con la luce, che affondano nella materia la loro solitudine cosmica. Lo si percepisce nel silenzio del suo studio. Cazzadori unisce nell’impronta l’egida del pensiero e l’istinto della mano. E così alcune opere sembrano contenere messaggi di un altro mondo: codici antichi affiancano simboli che appartengono a un immaginario personale che emerge con forza. Talvolta è un semplice impulso sollecitato da un pensiero, da un materiale, da un piccolo, minimo oggetto ritrovato lungo una strada, calpestato dal mondo o gettato nel vuoto, che ha un senso per quell’opera, per quel disegno, per quella voce. E che spesso ha un nonsense per noi spettatori.

Ma quante opere d’arte racchiudono la loro identità nel mistero? E così, su quelle velature, il cui candore talvolta viene violato con gentilezza, le tracce e i segni svelano mondi poetici di grande sensibilità. Graffiti che oggi tornano incisi sul bianco e sul nero, nelle loro infinite variazioni. Perché nel bianco ci sono mille tonalità e l’immagine di quella polvere bianca diventa metafora di luce spirituale. Ed ecco affiorare un disegno puramente mentale, un percorso materico. Nel momento in cui viene tracciato appartiene al mondo della genesi. Ancora una volta è chiaro che per Maria Teresa Cazzadori, ciò che conta non é l’immagine ma la sua traccia.  A volte sono forme cosmiche che trattengono una forza esplosiva. Altre volte sono le stesse composizioni, nel loro divenire, che contribuiscono a tenere acceso il fuoco della curiosità. La natura è lì, in quel mondo protetto. Tra la terra, la pietra, il gesso, il ferro, la carta, il legno, l’artista dimora appagata. Gli stessi materiali diventano la sua pittura. E ogni elemento, nel momento in cui interagisce con gli altri, cessa di essere un’entità a sé stante. È proprio quell’equilibrio d’insieme che diventa accattivante ricercare.

La libertà è racchiusa tra quelle mura che rappresentano un mondo di possibilità. Tra quelle mura, scrostate, accarezzate dal tempo, tutto si riesce a modellare, a frantumare, ad assemblare. Tutto è possibile con procedimenti fisici o chimici, manuali o meccanici. L’arte povera le è cara, perché anche i materiali pesanti possono diventare leggeri. Anche arnesi desueti riacquistano vita. L’arte poveradocet. Non si tratta mai dell’objet trouvé dadaista, perché ogni cosa che l’artista sceglie si carica di vita, subisce una metamorfosi: si mescola alla pittura, diventa mezzo al pari del colore, ritrova un valore unico all’interno dell’opera. Diventa l’opera. In quella stanza lunare, Cazzadori sembra inabissarsi oltre, e ricordi, sogni, emozioni, affiorano sulla tela in modo sempre più essenziale. Tutto ciò che è forma rinasce a nuova vita dopo un processo “alchemico”. Ne rimangono tracce, non racconti. Ne rimangono segni, non cammini. Calligrafie nuove e antiche, che nascono nella psiche, da ciò che non si sa ma si indaga. Interi archivi di mondi dimenticati, ritrovati e immaginati, istanze di gioco, di indagine, quesiti.

Anche la materia rinasce davanti agli occhi della nostra memoria, scorrono le opere di chi ha fatto del segno e della scrittura la propria firma stilistica. “Chi non ha lasciato un segno sul muro, inarrestabile impulso di tracciare un segno, di fare un gesto, puro gesto sul puro muro bianco?”, si chiede Ileana Sonnabend, tra le maggiori galleriste e collezioniste di arte contemporanea. Era la presentazione della prima mostra italiana di Cy Twombly, espressionista astratto americano. Nelle sue opere i materiali si traducono sulla tela in scrittura, sublimandosi in una sottilissima trama di segni. La mano dell’artista è così sicura che non si permette di sbagliare, di tradire il senso della forma. Tra coloro che scrivono sulla tela, c’è chi, ne muta la superficie come fa Carla Accardi, chi invece invade lo spazio come Antonio Sanfilippo. Ma c’è anche chi, e penso a Gastone Novelli, inaugura una nuova ricerca che va sempre più nella direzione di una scrittura poetica. Il segno scorre sulla pagina impigliandosi nella parola e divenendo – a sua insaputa – scrittura. Novelli scrive poesie sulla tela, versi imperfetti, e proprio per questo densi, sempre tentato dalle sollecitazioni alla contaminazione dei linguaggi. Nella Cazzadori alcuni lievi palpiti rimandano a quelle suggestioni. Anzi, Cazzadori va oltre, dal momento che nelle sue ultime opere il segno si fa scrittura.

 “Mi accade spesso di considerare il mio lavoro come un abbozzo e di chiedermi quando lo stesso possa ritenersi terminato. Se, come credo, non lo sarà mai, ecco spiegato il motivo di una sua funzione: quella di spingere alla ricerca, il risultato stesso della ricerca” (Cazzadori).

È un sentire comune a chi fa ricerca in tutti i campi dell’arte. Mettere la parola fine a un’opera è arduo. Le emozioni e gli interrogativi non finiscono mai. Ogni immagine che si presenta alla fantasia è spesso prepotente e ha bisogno di essere fissata. Cazzadori gioca giorno dopo giorno la sua partita solitaria, dichiarando la propria diversità artistica che è indice di libertà. È questa la sua grande forza. Una forza che contrasta con quella paura del vuoto che sento sempre in agguato quando guardo i suoi lavori. E pensare che il vuoto è potente. Che il vuoto può chiedere, domandare, può essere musica.

Eppure quella potenza fa paura all’uomo.

Sarà anche per questo che la poesia nuda del bianco viene interrotta dalla nota di un filo, di un piccolo sasso, da un lieve sussurro metallico. Tracce al confine tra pittura e grafica, scritture psichiche che nascono da ciò che si indaga, sempre fedeli all’“alfabeto originario”. Cazzadori segue un suo intimo rituale per posare nel giusto luogo ciò che la vita le dona. Una dimora che muta alla luce di ogni giorno.

L’unità del molteplice

Spazio Arte Pisanello, Verona 1999

di Bruno Rosada

Perdonate una premessa. Io non mi sento alle soglie del terzo millennio, ma piuttosto alla fine del ventesimo secolo e parlerei di secolo e non di millennio, perché il millennio é una cosa troppo articolata e diversificata, per poterlo valutare in termini unitari, e parlerei di fine e non di principio, perché si sente più quella che questo. E anzi, direi che siamo alla fine di quella che ha voluto orgogliosamente definirsi la modernità. Dico orgogliosamente perché essere moderni, o meglio come dicono gli anglosassoni ” up to date”, cioè sulla punta della data, o addirittura   “up to the minute”, é stato per gli artisti del Novecento la massima aspirazione, o talvolta, la massima presunzione. Tant’è vero che per non ammettere di venir superato e non smettere di essere moderno, il Novecento ha in extremis, inventato il POSTMODERNO. E l’eredità che ci lascia é il dubbio del CHE FARE? I margini di manovra non sono molti. Qualcuno addirittura ha deciso di tornare all’antico, e fa pittura colta. Altro “refugium peccatorum” molto frequentato é l’espressionismo, un certo banale espressionismo inautentico, che consente però proficui impatti tra figura e non figura.

Ma perché questa lunga premessa parlando dell’artista  Maria Teresa Cazzadori? Per sottolineare un fondamentale suo merito che la riconcilia con la modernità autentica, quello di essere riuscita a far fare un passo avanti all’esperienza non figurativa, o aniconica che dir si voglia, in un momento in cui la categoria storico-esistenziale della ripetizione sembra essere la sua unica essenza ed é usata a copertura di una valenza pittorica per lo più estenuata ed ormai essenziale. Vedere l’ultima Biennale, per credere. E riuscire a distinguerla dalle ultime dieci, per capire. E un’altra innovazione ancora va attribuita a Maria Teressa Cazzadori, anche se non é stata proprio la prima a sviluppare questo tipo di discorso: la novità della tecnica grafica. Infatti questa di Maria Teresa Cazzadori é una mostra di grafica, ma qui bisogna parlare di pittura. Perché i risultati sono quelli. E lei ha trovato i margini storici per mandare avanti il discorso, ha trovato modo di operare entro gli spazi esigui rimasti all’anaconico, proprio inventando una tecnica grafica che permette di ottenere quei risultati. Non occorre essere devoti a Freud per cogliere nella disposizione delle masse, nella accettazione dei colori, nelle diverse qualità dei segni l’emergere di tensioni che nascono nel profondo e si confrontano con guide archetipiche come se l’inconscio collettivo ponesse una necessaria disciplina di natura estetica a quelle forme che sgorgano incontenibili e risultano inesauribilmente espressive.

Non so quanto certe etichette abbiano un senso quando sono usurate dalla consuetudine storica, ma qui vorrei restituire alle parole il loro significato autentico e, direi quasi, etimologico usando la formula ” espressionismo astratto”. La dimensione espressionista é raccolta nei suoi elementi  originari, autentici, come dato emozionale e come straordinaria  capacità espressiva, anche sul piano  tecnico; l’astrazione  non é invece solo un dato identificabile coll’anaconico, ma va considerata un processo nel corso del quale la volontà d’arte si affina e si depura, rispetto al magma psichico. Lo stato d’animo così viene indagato, dapprima oggettivato e successivamente reintrodotto nel soggetto, non come dato di soggettività (opportunamente Enzo Di Martino ha parlato, a proposito della pittura della Cazzadori, di immaginazione inoggettiva di grande intensità), ma come prodotto di una elaborazione psicologica divenuta progressivamente cosciente. E’ così che lo stato d’animo trova nel corso della elaborazione produttiva una collocazione definita, che non é immediata come la pennellata ( e quindi fa posto alla riflessione), ma é ben più di quella indelebile ed immutabile, perché preceduta da una forte opera di contenimento dell’erosione dei valori affettivi che la produzione artistica, specie se sottoposta a strategie tecniche, inevitabilmente produce. E’ questo il punto di intersezione fra la grafica e la pittura, che indica la via d’uscita dalle secche della modernità, scelta da Maria Teresa Cazzadori. E se questo pare essere il processo produttivo dalla parte dell’artista, c’é però anche una fenomenologia della visione  che interessa lo spettatore, perché senza questa sorta di lettore implicito dell’opera l’artista é del tutto inerte. E non é solo un problema di coinvolgimento o di gusto e quindi di apprezzamento. Davanti ad opere di questo genere e di indubbia qualità) l’aspetto emozionale, così dichiaratamente intenso, ancorché incanalato, nel produttore, deve al contrario essere controllato e ridotto (cioè ricondotto a motivi di ordine consapevolmente razionale) da parte del fruitore. La visibilità dell’opera non ammette reticenze, ma impone riflessione. I graffiti, le larghe fasce, gli incroci del colore, la verticalità o l’orizzontalità dell’impianto, la a-cronica di certe opere, non si lasciano scontare con la semplice osservazione. E poi la serie delle opere impone l’esigenza di una osservazione graduata, di un confronto, di una visione analitica, che trascenda gli elementi costitutivi della singola opera per andare a ritrovarli, come lettere di diverse parole, uno per uno nei diversi quadri, riscontrando le variazioni di senso e di significato, le reazioni diverse che si determinano nel costituirsi dell’opera da colore a forma  e da forma a luce, secondo un processo  che é sovvertito  rispetto alle procedure consuete, che per lo più  segnano  il passaggio dalla forma al colore e da questo alla luce. Certo che ogni singola opera ha una sua vita ed una sua autonomia anche visiva, ma in questo  caso più che in altri é la serie che determina il significato in un espandersi di motivi ora quotidiani ed episodici, ora profondamente metafisici e sistematici. Ed allora scopri le sue dimensioni plurime: due variazioni spaziali, bidimensionali con allusioni bizantine ed il senso dell’antico e dell’arcano e pluridimensionali con effetti affascinanti  di aperture cosmiche, entrambe queste possibili dimensioni spaziali, che non sempre si escludono, ma in certe opere coesistono, rinviano a varianti temporali. La temporalità trova nel singolo quadro l’attimo, dove il tempo, nell’esperienza della visibilità, fa gorgo e sfiora l’ eterno e nella serie trova la durata, che partecipa dell’esperienza dell’emozione psicologica.   Il tempo é storico nella bidimensionalità e nei graffiti ma con modulazioni e significati diversi, assume ENNE dimensioni nella spazialità cosmica, diventa durata psicologica nella manifestazione di emozioni più o meno intense, o si appiattisce nel tempo cronico spazializzato dell’orologio e del calendario, che scandisce la nostra vita quotidiana. E forse una indagine più accurata accerta ulteriori implicazioni spazio-temporali. In ogni caso la temporalità della singola opera non é la temporalità della serie, che manifesta un ritmo ulteriore nella scansione delle diverse opere. ” GUARDA come le cose tra loro distanti sono invece – per opera della mente saldamente unite- infatti non scinderai l’ente dalla sua connessione con l’essere”. Così scriveva, nel V secolo a.C. il filosofo Parmenide Di Elea, nella Magna Grecia, e spiegava, senza chiamarla per nome, quella particolare operazione mentale che si definisce “REDUCTIO AD UNUM”. Ed é l’operazione che presiede alla contemplazione di queste opere poste tutte assieme, allineate sulle pareti di una galleria. Una sorta di poema sinfonico, che ha per oggetto noi stessi.

Tendenze dell’arte negli anni ’90

Galleria Prato dei Miracoli, Pisa 1994

di Jolanda Pietrobelli

Presso la Galleria “Il Prato dei Miracoli” diretta da Carla Romoli, nell’ambito  della mostra “Tendenze dell’Arte negli anni ’90″, segnalo la presenza dell’affermata artista veronese Maria Teresa Cazzadori, dal 4  al 16 giugno 1994. “Tendenze nell’arte negli anni ’90″, è un momento di riflessione, una nuova importante “vetrina “, un desiderio ancor più prepotente di continuare a vivere per l’arte, nonostante le crisi  pesanti in cui l’Italia è coinvolta e da esse sconvolta. In questo momento di riflessione la presenza di Maria Teresa Cazzadori si pone come  elemento di ricerca e di confronto che “offre al fruitore”  superfici ben motivate da una coscienza artistica eccellente che induce a forti coinvolgimenti emozionali.”  Ricerca ed emozione ” sono  il tema e il risultato dell’attività artistica di M.T. Cazzadori. La sua presenza a Pisa si concretizzerà con cartoni e legni che formano il bagaglio attuale dei suoi esperimenti e che rappresentano da soli un motivo di ricerca. Il calore e il mistero di un legno, introducono, spesso, motivi  di profonda emozione.

La verità del linguaggio

Galleria Venezia Viva, Venezia 1991

di Enzo Di Martino

Vi sono eventi visivi che dichiarano immediatamente la loro identità senza per questo dover ricorrere alla narrazione o alla rappresentazione di alcunché  E’ il caso dei fogli di Maria Teresa Cazzadori che configurano una immaginazione inoggettiva di grande intensità emotiva affidata essenzialmente alla funzione memorativa delle tracce e del colore che l’artista vi deposita. Si tratta di “segnali” cui Maria Teresa Cazzadori perviene attraverso un procedimento lungo e riflettuto quale quello dell’ incisione calcografica e che, proprio per tale ragione, risultano infine carichi di valenze che hanno a che fare con la storia e la memoria. E’ evidente perciò che l’artista veronese appare consapevole di avere a che fare con una partita espressiva nella quale la posta in gioco non è la rappresentazione ma il linguaggio. Per questa via Cazzadori giunge alla manifestazione di un evento visivo che possiede i caratteri dell’autosufficienza, scandito su di una superficie metallica che diviene così lo spazio destinato ad accogliere gli impulsi di una vita interiore. Ecco perché le sue immagini sembrano rispondere a regole interne a se stesse, esplicitazioni di un immaginario personale di cui l’artista non da conto. In questo senso la loro “bellezza” è assolutamente inintenzionale perché esse esprimono la sola necessità ad apparire, a manifestarsi, di un sogno personale cui l’artista affida la sua stessa probabilità esistenziale. Sarebbe tuttavia fuorviante ritenere che il lavoro di Maria Teresa Cazzadori provenga da un atteggiamento di automatismo istintivo o di abbandono emozionale, perché esso si manifesta per mezzo di una processualità complessa che riesce a far convivere il gesto e il progetto, la ragione e il sentimento. Il momento formale appare caratterizzato dalla necessità di dare ordine allo spazio che diviene così totalmente significativo, mentre le sue opere più recenti sembrano reclamare il diritto alla ricerca di nuovi orizzonti espressivi. In entrambi i casi, tuttavia, evidente l’assoluta “necessità” all’apparizione che tali immagini dichiarano, in una urgenza espressiva che ha a che fare con l’inevitabilità. Il linguaggio, l’esercizio dei mezzi espressivi, diviene allora esso stesso rappresentazione, in un processo di affinamento e di autogiustificazione che è molto simile a quello della ricerca musicale. Ecco perché Cazzadori “esibisce” la trama stessa del tessuto incisorio con un atteggiamento che non oppone resistenza alla manifestazione dell’opera “fatta ad arte”, consapevole com’ è, della necessità di percorrere tutta intera la via del “fare l’arte. Il linguaggio diviene allora l’unica possibilità di dichiarare la propria interezza interiore, la sola maniera di “attraversare” il mondo della fantasia e dell’immaginazione, nel segno “turbolento” e rassicurante della poesia.